La “Casa di Mario” apre al co-housing per gli anziani

La “Casa di Mario” apre al co-housing per gli anziani

“Oltre lo sguardo” apre a un progetto di co-housing che includa gli anziani de territorio di Orbetello tra gli ospiti de “La casa di Mario”. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Elena Improta, presidente di “Oltre lo sguardo” a Gabriella Carnieri Moscatelli, cofondatrice di Telefono Rosa e il Pdf dell’articolo pubblicato su il “Tirreno” del 5 settembre 2025

 

Di fronte alla laguna di Orbetello, alla “Casa di Mario”, quest’estate abbiamo avuto un’ospite speciale, un’amica sincera e disinteressata con la quale ci lega un impegno comune verso il sociale, verso la cura e l’aiuto dei più deboli. Si tratta di Gabriella Carnieri Moscatelli, cofondatrice del Telefono Rosa di cui è stata presidente dal 1993 al 2024 che, nello scegliere la nostra “Casa” per passare questi 17 giorni di agosto, ha aperto la strada a una nuova iniziativa, un nuovo progetto che crei un legame tra persone con debolezze diverse, ma unite dallo stesso bisogno di affetto, comprensione e amore.

L’obiettivo è di allargare la nostra esperienza di co-housing all’inclusione sociale delle persone anziane, creando un’opportunità di interazione e scambio generazionale tra di esse e gli adulti con disabilità che vivono presso la “Casa di Mario”. L’idea è quella di coinvolgere le persone anziane, che vivono nel territorio e che passano le loro giornate nella solitudine delle loro case, e farle accompagnare qui da degli operatori con visite settimanali, per condividere con i nostri ospiti il cucinare insieme, una merenda, una partita a carte, il racconto di una storia.

Tutto parte, come dicevo all’inizio, dalla visita di Gabriella Carnieri e dalle parole che ci ha detto nel corso di un’intervista al termine del suo soggiorno.

Per diciassette giorni abbiamo fatto insieme questa esperienza di cohousing, condiviso spazi, momenti, confronti attraverso una dialettica aperta su quelle che sono le tematiche dell’assistenza della cura verso gli altri. Quali sono le tue riflessioni durante questo periodo dopo aver conosciuto e aver vissuto nella nostra famiglia “allargata”?

Stando qui, avendo visto tante cose e avendo compreso come vivono certi ragazzi mi sono senz’altro arricchita ma mi sono anche molto arrabbiata. È inaccettabile da parte delle istituzioni permettere che le persone con disabilità vengano lasciate vegetare in strutture, o completamente a carico delle loro famiglie, senza aiutarle a crescere, senza dar loro nessuna prospettiva di una seppur minima autonomia o di inserimento nella società. II fatto di essere stata in una realtà come la vostra mi ha aiutato a capire che c’è necessità di altri luoghi come la “Casa di Mario”, dove le persone con disabilità possano vivere la loro vita, in maniera sicura e protetta, secondo le loro inclinazioni e i loro desideri.

Era la prima volta che condividevi un soggiorno con un’altra famiglia quali sono state le tue sensazioni a livello personale?

Mi sono trovata benissimo, mi sentivo veramente a casa. Mi ha aiutato molto a stare qui per interrompere quello che era la mia routine giornaliera. Condividere gli spazi, vivere nuove esperienze, ascoltare, partecipare alla vostra vita quotidiana è stato per me un aiuto che mi ha portato a riflettere e ad apprezzare certe cose.

Introdurre una persona “estranea” nella “Casa” poteva essere un rischio e invece i ragazzi non hanno fatto domande, non si sono stupiti della tua presenza che hanno subito percepito come rassicurante, come una che fa parte della famiglia. E grazie a te è partita l’idea di questo nuovo progetto di inclusione delle persone anziane. Progetto senza dubbio nuovo ed è per questo, per la tua esperienza, che desidero farti alcune domande sul quel progetto per l’epoca assolutamente innovativo che è stato il Telefono Rosa. Cosa ti ha spinto a crearlo e come ti è venuta l’idea?

Già da quando andavo a scuola mi occupavo delle periferie di Roma e ho sempre avuto una vocazione per il sociale, stimolata da una professoressa di allora. Poi sono entrata in contatto con le donne dell’UDI (Unione donne italiane) e Giuliana Dal Pozzo, storica direttrice di “Noi donne”, pensando al Telefono Azzurro ebbe l’idea di creare qualcosa di analogo per aiutare le donne vittime di violenza. Quest’idea piano piano prese corpo ed ebbe inizio con un telefono in una stanzetta nell’allora sede dell’UDI a piazza Colonna a Roma, a disposizione delle donne che avevano necessità di essere ascoltate.

Quindi il tuo impegno da studentessa, grazie a una professoressa illuminata, è stata la spinta per far crescere in te la consapevolezza che era fondamentale entrare in relazione d’aiuto verso gli altri. Questo anche perché ci si sente a volte anche più fortunate?

Soprattutto perché ti senti più completa, senti che hai fatto qualcosa di utile. Certo tu percepisci subito, sin da ragazza, se hai una predisposizione verso gli altri e da lì viene tutto il resto.

Ma per la pubblicità come avete fatto?

Maurizio Costanzo, appena ha saputo di questo nostro esperimento, ci ha invitato tantissime volte nella sua trasmissione e la televisione, all’epoca, era come una tromba riusciva a farsi sentire dappertutto. In seguito a queste partecipazioni al programma di Costanzo, abbiamo cominciato a ricevere tante telefonate, tante richieste.

Che anni erano?

Erano gli anni ’80, l’Associazione fu fondata in seguito, a febbraio dell’87, prima a Roma e poi , piano piano si è sviluppata a livello nazionale. Questo ha comportato ovviamente la creazione di una rete e di sportelli sparsi nel territorio.

Come avete fatto per i finanziamenti?

All’inizio ci ha aiutato moltissimo il Comune di Roma attraverso Daniela Monteforte, consigliera alle Pari opportunità e poi Assessore, e a Marina Romaniello che ci avvisava dei bandi di concorso e ci avvertiva quando venivano finanziati alcuni progetti. Poi successivamente l’aiuto è arrivato dalle stesse donne, le volontarie che ci hanno permesso di mettere a disposizione una psicologa e delle avvocate.

Non hai mai avuto paura che questo impegno potesse coinvolgerti eccessivamente o in qualche maniera hai dovuto anche tu fare un percorso di tutela? Ti chiedo questo perché molto spesso ci si cala talmente tanto nelle storie degli altri che la sofferenza può prendere il sopravvento

In questo sono stata molto equilibrata, ho sempre visto le cose dal di fuori, quindi non mi sono mai lasciata coinvolgere. Per quanto riguarda le volontarie, dal momento che non tutti hanno lo stesso carattere, abbiamo capito che era necessario fare dei corsi di formazione. Chi rispondeva al telefono aveva bisogno di essere preparata e lucida e di capire cosa c’era dietro la richiesta di aiuto delle donne. In questo non bisogna farsi trascinare dal femminismo ma cercare di capire la realtà del momento, il reale bisogno della donna che si rivolge a noi e contestualizzare la sua richiesta di aiuto.

 

Quindi non possiamo dire che a prescindere se entra una donna in un centro antiviolenza quella donna ha ragione e a tutti i costi…

Assolutamente, bisogna ascoltarla molto attentamente, farle delle domande indirizzate verso la conoscenza di quello che è effettivamente il suo problema, senza impaurirla per cercare di avere un quadro abbastanza reale di quella che è la sua situazione.

E le istituzioni vi hanno aiutato?

Come Telefono Rosa abbiamo avuto pochissimi contatti con le istituzioni eravamo molto libere e indipendenti. Abbiamo avuto rapporti con i servizi sociali quando c’erano di mezzo dei minori e in alcuni casi è stato molto difficile stabilire un rapporto di collaborazione. Quando un’assistente sociale o un responsabile di un’area del sociale non condivide il tuo lavoro o non vede nel tuo impegno un’esigenza reale della comunità si prova un forte senso di frustrazione, ma il bello del Telefono Rosa è che era libero da certe da certe regole.

Libero ma legato a dei protocolli regionali. Per esempio sulla formazione voi dovevate avere dei titoli o dovevate fare in modo che la regione riconoscesse il titolo di operatore d’ascolto?

No, è una figura che non è mai stata riconosciuta, ma qui si parla di volontariato puro, non retribuito in alcun modo.

Ma ritieni sia giusto che non sia riconosciuto l’impegno delle persone, delle donne, uomini, giovani studentesse, tirocinanti a livello di retribuzione?

Questa formula esiste oggi molto meno che in passato, ma sì io ritengo sia giusto perché se sei un volontario e vuoi aiutare vieni a lavorare liberamente, se vuoi aiutare e vuoi essere retribuito è una cosa diversa dal volontariato.

Anche voi avete dovuto assumere però?

Noi abbiamo assunto solo quando abbiamo aperto le Case rifugio, i CAV, dove abbiamo assunto degli operatori. Anche nei CAV però ci sono operatrici volontarie che non vengono retribuite, come le volontarie del Telefono Rosa: queste donne scelgono liberamente di non percepire alcun compenso e lo sanno in partenza.

Che profilo deve avere l’operatrice d’ascolto retribuita, servono dei titoli?

No, non servono titoli, l’operatrice deve avere buona esperienza, deve passare attraverso dei colloqui da parte di una psicologa per vedere se si possiede una predisposizione a stare mezzo alle donne che soffrono, ad aiutare i bambini, eccetera. Dopodiché verrà aiutata dalle colleghe e parteciperà a un corso che è tenuto da psicologhe da avvocate. Quindi non ci sono dei requisiti dettati da leggi regionali, anche la Regione vuole che l’operatrice abbia almeno 5 anni di esperienza.

Dopo 40 anni di esperienza c’è qualcosa che pensi che non abbiamo fatto, non abbiamo detto o abbiamo detto troppo e pubblicizzando sui canali social le violenze abbiamo reso gli uomini più forti?

No anzi, da tutte queste informazioni, anche sui social, l’uomo non esce rafforzato ma scatta in lui la vergogna. Per quanto riguarda quello che non abbiamo fatto credo che si lavori ancora molto poco nelle scuole sul tema della violenza e che andrebbe fatto molto di più.

C’è un dibattito sulla questione se far entrare o meno figure maschili all’interno delle associazioni contro la violenza sulle donne. Pensi che le figure maschili possano in qualche maniera aiutare, al di là delle pubblicità che ho visto coinvolto personaggi famosi del mondo dello spettacolo, della cultura o dello sport?

Assolutamente no, non è possibile perché le donne che hanno subito violenza non amano vedere e parlare di quello che è successo a un uomo. Quindi gli uomini sono senza dubbio utili testimonial ma non possono ricevere o ascoltare le donne.

Non pensi che gli uomini potrebbero far parte di un comitato tecnico scientifico per raccontare anche cosa scatta nell’uomo che commette violenza? Non credi che possa essere una forma di prevenzione?

Qui, parliamo di un’altra cosa, di associazioni che si occupano di uomini violenti o che ascoltano gli uomini per prevenire la loro violenza. Io però dubito che si possa prevenire la violenza, il prevenire è legato a un concetto più di tipo di formazione culturale.

Ritornando alla scuola, secondo te a che età bisognerebbe cominciare a parlarne?

Io credo già dalle scuole elementari e man mano che diventano più grandi in maniera più profonda, coinvolgendoli anche in prima persona invitandoli a raccontare in prima persona se e come hanno assistito o subito delle violenze.

Accanto alla scuola ci vuole però la famiglia. Avete mai pensato di aprire a una formazione anche genitoriale?

È molto difficile coinvolgere i genitori anche perché è difficile intervenire, la scuola, né tantomeno noi, può imporre alla famiglia di partecipare a dei corsi sulla violenza sulle donne.

Io leggo nelle tue parole un certo sconforto su alcune dinamiche di relazione e di alleanza a scuola e quindi anche famiglie associazione voi avete avuto mai famiglie che si sono rivolte a voi per denunciare un figlio violento?

È la mamma che di solito viene e denuncia il figlio violento, ma poi non va oltre e si rifiuta di andare alla polizia. In questo caso noi non possiamo intervenire.

 

 

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