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Centri di riabilitazione e assenze, “i progetti non si toccano!”

Centri di riabilitazione e assenze, “i progetti non si toccano!”

ROMA – “Piuttosto che ridisciplinare le assenze ed in particolare quelle per malattia, la Regione Lazio si impegnasse a rivoluzionare i Centri ex articolo 26!”. Così le associazioni di caregivers Hermes, Oltre lo sguardo, Nuove Frontiere Aps, I Guerrieri SPQR Odv e la Community Sorelle di cuore commentano l’entrata in vigore della deliberazione della regione Lazio e in particolare della nuova disciplina delle assenze. “I progetti riabilitativi non si toccano – ribadiscono le associazioni – se non giunti a termine e se non è la persona o la famiglia a rinunciarvi esplicitamente”.

Precisano, le associazioni, che “insito nel termine progetti è il concetto di un inizio e una fine: ogni progetto deve necessariamente tener conto di un’analisi attenta legata al raggiungimento di obiettivi ben definiti. In alternativa ci stiamo prendendo in giro! Un progetto è a tempo ed è rinnovabile, in via prioritaria, sulla base di valutazioni che tengano conto a 360 gradi di tutto ciò che ‘girerà intorno alla persona: familiari, malattie, covid, traumi, peggioramenti o miglioramenti psico fisici”:

Spiegano, le associazioni, cosa siano e cosa facciano, in particolare, i centri diurni residenziali e semiresidenziali sanitari riabilitativi: “Spazi in cui si interviene con strumenti sanitari e sociali al fine di rafforzare e accrescere competenze fisiche e cognitive delle persone con disabilità e in molti casi di mantenerle, al fine di evitare decadimenti ante una certa età anagrafica e neurologica oltre la quale è difficile intervenire. Fissare delle regole è fondamentale – ammettono le associazioni – tuttavia ancor più essenziale sarebbe stravolgere il principio che regola i Centri diurni ex art 26 (lo abbiamo urlato per anni!) e trovare formule di accreditamento e regole che tengano conto di ogni singolo ospite utente attraverso Piani d’intervento integrati o Piani annuali per l’inclusione”.

Al contrario, “quanto riportato dalla DGR 979 di dicembre 2020 e la definitiva Determinazione n. G14730 non tiene conto dell’individuo con disabilità che si troverà in quella determinata situazione, ma piuttosto uniforma tutti gli aventi diritto ad un progetto riabilitativo e li riduce a numeri, costi, profitti”. Si tratta, in altre parole, di un “ atto discriminatorio. Chiudere i rubinetti della spesa sanitaria e riabilitativa per monitorare l’efficacia degli interventi in base al numero delle assenze e con l’intento di risolvere così l’annoso problema delle liste di attesa risulta assurdo e incomprensibile a molti – osservano ancora le associazioni – e di certo penalizzante per quanti hanno la necessità di esser riabilitati sulla base di progetti personalizzati, non in rapporto ai giorni di assenza sui 365 giorni l’anno”.

Un esempio, per capire meglio la sostanza della questione: “Mario ha 32 anni ed un quadro clinico buono, pertanto è presumibile che possa rientrare in una disciplina di assenze di massimo 20 l’anno – riferisce Elena Improta, mamma di Mario e fondatrice di Oltre lo sguardo – Elena ha 58 anni e un’età neurologica in evidente stato di decadimento, pertanto nel suo piano abilitativo individuale scriveremo che ragionevolmente potrà aver bisogno di almeno il doppio di giorni di assenza, quindi 40 l’anno, o meglio ancora non avrà un tetto massimo di assenze, sempre con certificazione dell’ente ospedaliero. Ma a monte di tutto questo ragionamento c’è la richiesta che da anni urliamo: che ci fa Elena, a 58 anni, in un centro di riabilitazione ex art 26? Forse sarebbe utile mettere un limite di età? Proporre, per esempio, attività diurne in una Rsa? O dar vita a centri diurni per anziani disabili, solo a scopo di socialità? Oppure, ancora, inserirla in un gruppo appartamento?”. La questione, insomma, è molto più complessa del numero di ore di assenza: è l’intero sistema della riabilitazione per gli adulti con disabilità che andrebbe rivisto, ripensato, reinventato.

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